Oltre il modello delle RSA: la visione di MeWe® per l’abitare nella terza età
Senior housing, welfare territoriale e nuove forme dell’abitare tra autonomia, tecnologia e comunità.
Ripensare l’abitare in un’Italia che invecchia è ormai indispensabile, ne abbiamo già parlato. Eppure, oggi le risposte più diffuse a questo tema restano sostanzialmente due, l’inserimento in RSA e l’assistenza domiciliare affidata alla cosiddetta “badante”, due modelli che mostrano limiti sempre più evidenti e, nel lungo periodo, rischiano di risultare insostenibili.
Da un lato, infatti, appare difficile immaginare di sostenere milioni di anziani attraverso un rapporto uno-a-uno con personale domestico spesso proveniente dall’estero e non sempre in grado di comunicare adeguatamente con le persone assistite. Dall’altro, il modello delle RSA è costruito principalmente sulla gestione della non autosufficienza grave e accoglie persone con cui diventa sempre più complesso mantenere relazioni significative. Per un anziano ancora autonomo o solo parzialmente autonomo, entrare in una RSA tradizionale significa spesso vivere in un ambiente poco stimolante, segnato dalla presenza diffusa di fragilità estreme e perdita di autonomia.
In Italia, oggi, il sistema delle RSA conta oltre 300 mila posti letto e ospita in larga parte persone affette da demenza, circa l’80% dei residenti. Secondo i dati Istat aggiornati al 1° gennaio 2024, le persone presenti nelle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie sono 385.871, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. In questa configurazione il rischio è che prevalga una logica puramente economica in cui l’assistenza tende a diventare standardizzata, con il rischio che le esigenze organizzative prevalgano sulla personalizzazione della cura.
Il settore pubblico possiede il 19% delle strutture, ma ne gestisce direttamente soltanto il 13%. In assenza di un sistema pubblico forte e qualificato, il ruolo del privato continua quindi ad ampliarsi. Non è un caso che il comparto delle RSA viene sempre più osservato dagli investitori come un settore economicamente attrattivo, capace di garantire ritorni elevati a fronte di rischi relativamente contenuti. Una prospettiva resa ancora più favorevole dal sostanziale accantonamento della Legge 33/2023 che dovrebbe introdurre un profondo ripensamento dell’assistenza agli anziani puntando sul rafforzamento della domiciliarità, sulla revisione del modello RSA e sulla sperimentazione di nuove forme dell’abitare.
L’obiettivo della riforma sarebbe quello di costruire un vero e proprio “continuum assistenziale” basato su soluzioni abitative e di cura differenziate, capaci di accompagnare le persone lungo le diverse fasi dell’invecchiamento e di spostare progressivamente il baricentro dell’assistenza dagli istituti verso il territorio e la casa.
In una società caratterizzata da una popolazione sempre più anziana e spesso sola, forme di abitare condiviso come il senior housing, insieme al recupero del patrimonio edilizio esistente e alla progettazione di contesti urbani più adatti all’invecchiamento, dovrebbero rappresentare una scelta inevitabile. Tuttavia, se in paesi come Regno Unito, Francia, Danimarca e Paesi Scandinavi esiste ormai una lunga tradizione in tal senso, in Italia queste esperienze restano ancora marginali e poco conosciute. Vi abbiamo già raccontato, ad esempio, il caso del Villaggio Novoli di Firenze, ma di fronte a un cambiamento demografico di questa portata emerge la necessità di un paradigma abitativo e assistenziale molto più ampio. Un cambiamento che riguarda non solo gli anziani, ma anche gli investitori e i gestori di RSA chiamati sempre più a diversificare il proprio modello di business.
Un esempio dal mondo anglosassone
Il progetto Briar Croft, realizzato a Stratford-upon-Avon nel Regno Unito, rappresenta uno degli esempi più interessanti di senior housing europeo basato sul modello dell’“Independent Living with Care”. L’idea è quella di coniugare autonomia abitativa, supporto assistenziale e vita comunitaria, offrendo agli anziani la possibilità di vivere in modo indipendente senza rinunciare alla sicurezza di servizi e assistenza disponibili quando necessario.
La struttura comprende 64 appartamenti accessibili, progettati per favorire l’invecchiamento attivo, disponibili sia in affitto sia in shared ownership così da garantire modalità di accesso economico differenziate. Accanto agli alloggi privati, Briar Croft offre numerosi spazi e servizi condivisi – ristorante, palestra, biblioteca, cinema, giardini e aree per attività collettive – con l’obiettivo di promuovere socialità e partecipazione.
Uno degli aspetti centrali del progetto è la sua dimensione relazionale. La struttura funziona infatti come un vero hub di quartiere ospitando associazioni locali, iniziative sociali e attività dedicate anche alle persone con Alzheimer. L’assistenza è continua ma discreta, disponibile 24 ore su 24 e calibrata sui bisogni individuali così da preservare autonomia e dignità degli abitanti.
Particolare attenzione viene riservata alla demenza attraverso personale specializzato, attività dedicate e iniziative di sensibilizzazione aperte alla comunità. Grazie a questo approccio integrato, Briar Croft è diventato un modello di riferimento per nuovi progetti analoghi nel Regno Unito. Nel complesso, rappresenta una forma avanzata di abitare per anziani collocata a metà strada tra la casa privata e la residenzialità assistita tradizionale, capace di contrastare isolamento, fragilità e istituzionalizzazione.
È anche da esperienze come questa che prende forma la visione di MeWe®, impegnata in Italia nello sviluppo di nuovi modelli abitativi e assistenziali.

Il Villaggio Protetto socio-sanitario di MeWe®
Il progetto del Villaggio Protetto socio-sanitario di MeWe® nasce dall’idea di ripensare radicalmente l’abitare nella terza età superando il modello tradizionale della RSA e offrendo alle persone anziane la possibilità di continuare a vivere nella propria casa anche in presenza di fragilità o bisogni assistenziali. L’obiettivo è costruire un ambiente capace di coniugare autonomia, sicurezza, relazioni sociali e supporto sociosanitario, preservando la qualità della vita quotidiana.
Il modello si ispira alle esperienze europee di “Extra Care Housing”, fondate sul principio secondo cui la cura non debba costringere la persona a trasferirsi in una struttura sanitaria, ma possa invece arrivare direttamente nel luogo in cui vive. A questo approccio si aggiungono le evidenze emergenti dai modelli collaborativi e di cohousing. Gli appartamenti vengono progettati come “home for life” e pensati per accompagnare l’intero percorso dell’invecchiamento adattandosi progressivamente all’evoluzione dei bisogni. Anche in presenza di fragilità crescenti, gli abitanti possono restare nel proprio alloggio grazie a spazi accessibili, predisposizioni per ausili e servizi di assistenza continuativa. Cucine ergonomiche, bagni walk-in, camere compatibili con ausili, balconi vivibili e impianti intelligenti contribuiscono a creare spazi sicuri ma non medicalizzati.
Gli schemi di Extra Care Housing più efficaci a livello internazionale si configurano come hub territoriali in grado di integrare funzioni abitative, sociali e sanitarie, offrendo servizi di home care, riabilitazione e supporto post ospedaliero. In questa prospettiva, anche il Villaggio Protetto dovrebbe rafforzare il proprio ruolo di presidio territoriale attraverso un poliambulatorio leggero collegato ai servizi sociosanitari locali e la possibilità di attivare, su prenotazione, prestazioni di fisioterapia, attività motorie adattate, logopedia e psico-educazione. Il modello prevede inoltre unità abitative flessibili per permanenze temporanee dedicate al recupero neuro-funzionale e alla riabilitazione breve, favorendo un rientro graduale alla vita autonoma. Il tutto gestito da una piccola équipe composta da OSS, ASA e un infermiere di riferimento, supportata da una centrale di monitoraggio per sicurezza, allarmi e controllo non intrusivo.
Grande attenzione viene riservata alla qualità degli ambienti, il Villaggio Protetto infatti evita volutamente l’estetica ospedaliera per creare spazi domestici, luminosi e accoglienti, organizzati in piccoli nuclei abitativi raccolti attorno ad aree comuni che favoriscono socialità e relazioni di vicinato. La distinzione tra spazi pubblici, semi-privati e privati consente inoltre di bilanciare vita comunitaria e intimità personale.
Il progetto attribuisce un ruolo centrale anche alla costruzione della comunità. I residenti non sono considerati semplici utenti, ma soggetti attivi coinvolti nella definizione degli spazi, delle attività e delle modalità di convivenza. Questo approccio rafforza il senso di appartenenza, migliora il benessere psicologico e favorisce la nascita di comunità più coese e solidali.
Dal punto di vista funzionale, il complesso prevede diverse tipologie di alloggi – bilocali, trilocali, piccoli nuclei protetti e appartamenti flessibili per caregiver o soggiorni temporanei – pensati per rispondere a differenti livelli di autonomia e fragilità. Accanto agli spazi privati trovano posto caffetterie sociali, sale attività, atelier, biblioteche, aree per fisioterapia e riabilitazione, reception e servizi di supporto.
Particolare attenzione viene dedicata anche agli spazi esterni e al verde, considerato non solo un elemento estetico ma una vera risorsa terapeutica. Giardini, orti rialzati, percorsi ombreggiati e aree di sosta favoriscono movimento, socializzazione e benessere psicofisico, mentre la continuità visiva tra interno ed esterno aiuta le persone con lievi difficoltà cognitive a orientarsi meglio.

Nel complesso, il Villaggio Protetto rappresenta un modello innovativo di abitare per la terza età, fondato sull’idea che assistenza, autonomia e vita comunitaria possano convivere all’interno di un ambiente inclusivo, sostenibile e capace di contrastare isolamento, fragilità e istituzionalizzazione.
Il progetto di MeWe® a Bagnolo
L’esperienza di Bagnolo in Piemonte rappresenta uno dei casi più significativi di sperimentazione italiana nel campo dell’abitare collaborativo e del senior housing sociale. Il progetto nasce dal recupero dell’ex IPAB Bertone, una storica struttura assistenziale composta da due ali: una ancora utilizzata come RSA attiva, l’altra dismessa e destinata a un processo di riqualificazione e rifunzionalizzazione. Questa compresenza tra vecchio modello assistenziale e nuove forme dell’abitare rende il caso particolarmente emblematico perché permette di riflettere non solo sull’emergenza abitativa, ma anche sulla crisi strutturale dell’attuale sistema di cura per gli anziani.
Il progetto si sviluppa in un territorio segnato da profondi cambiamenti demografici e sociali con elevati livelli di pendolarismo, significativa presenza di popolazione straniera minorenne e crescente spostamento di residenti torinesi verso aree collinari e montane attratti da una migliore qualità ambientale. In questo contesto, il riuso dell’ex IPAB diventa l’occasione per sperimentare nuove forme di welfare territoriale basate sulla prossimità, sulla mutualità e sulla costruzione di comunità.
Il progetto prevede il recupero di oltre 2.600 metri quadrati distribuiti su quattro livelli. Una parte consistente degli spazi sarà destinata all’affordable cohousing, con almeno 16 alloggi a canone calmierato rivolti a una popolazione eterogenea, come anziani autosufficienti o fragili, giovani coppie, famiglie monoreddito, persone sole e nuclei appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia”. Gli appartamenti saranno affiancati da ampi spazi condivisi – cucine comuni, lavanderie, orti, sale hobby, palestre e aree sociali – progettati per favorire relazioni intergenerazionali, mutualità e vita comunitaria.
Accanto alla componente abitativa, il progetto comprende anche la “Casa delle Tre Età”, un polo sociosanitario territoriale con ambulatori, servizi infermieristici, fisioterapia, prevenzione sanitaria e supporto alle famiglie, sviluppato in collaborazione con ASL, medici di base e servizi sociali. Un ulteriore spazio sarà dedicato alla Community Library, ospitata nell’ex cappella dell’IPAB e concepita come biblioteca di comunità aperta e flessibile per attività culturali, laboratori e incontri tra generazioni. Anche il cortile interno verrà trasformato in un “Giardino di Corte”, uno spazio verde multifunzionale destinato a eventi, socializzazione e benessere psicofisico.
L’intervento nasce da un ampio percorso partecipativo sviluppato tra il 2023 e il 2024 che ha coinvolto cittadini, scuole, associazioni ed enti territoriali attraverso incontri, questionari e laboratori. Il cohousing viene così interpretato non semplicemente come condivisione di spazi, ma come pratica quotidiana di mutualità e corresponsabilità.
Dal punto di vista economico e gestionale, il progetto rientra nell’ambito dell’edilizia sociale realizzata attraverso partenariati pubblico-privati. Il Comune di Bagnolo Piemonte manterrà la proprietà pubblica dell’immobile, affidandone eventualmente realizzazione e gestione a soggetti privati, con l’obbligo di mantenere la destinazione sociale per almeno 25 anni. I canoni saranno calmierati – circa 350 euro mensili per alloggio – grazie anche a possibili cofinanziamenti pubblici regionali, europei e PNRR. Il progetto mostra come l’innovazione sociale nasca spesso all’interno di condizioni complesse: edifici degradati, debiti pregressi, proprietà frammentate e negoziazioni continue. Proprio per questo rappresenta un caso particolarmente interessante: non un modello perfetto e concluso, ma un processo aperto che prova a ripensare radicalmente il rapporto tra casa, cura, welfare e comunità.
La tecnologia secondo MeWe®
La visione di MeWe® si propone di rispondere a due problematiche chiave: solitudine e sicurezza. La prima riguarda la condizione di molti anziani che vivono isolati, la seconda viene invece intesa come sicurezza psicologica e relazionale, ovvero la certezza che, nel momento del bisogno, esista qualcuno pronto a intervenire.
Uno degli aspetti più innovativi di questa visione riguarda l’integrazione della tecnologia nei percorsi di assistenza e cura attraverso un modello che combina sensori ambientali, intelligenza artificiale, telemedicina e supporto umano. L’obiettivo è consentire a persone anziane o con disabilità di continuare a vivere nella propria casa o in contesti abitativi autonomi, mantenendo il più possibile indipendenza, sicurezza e qualità della vita.
Il sistema utilizza tecnologie IoT (Internet of Things) e strumenti di monitoraggio non invasivi in grado di rilevare anomalie, cadute o situazioni di rischio attraverso l’analisi dei comportamenti quotidiani e di alcuni parametri vitali. A differenza di molti dispositivi wearable, la tecnologia non richiede strumenti da indossare ma viene integrata direttamente nell’ambiente domestico in modo discreto e quasi invisibile.
Il monitoraggio è gestito da una centrale operativa remota attiva 24 ore su 24, capace di attivare rapidamente personale qualificato o servizi sanitari territoriali in caso di emergenza. L’obiettivo è garantire tempi di intervento molto rapidi, tra i 10 e i 15 minuti, riducendo al tempo stesso i costi dell’assistenza tradizionale e aumentando la sicurezza percepita dalle persone fragili.
Questo approccio è già stato sperimentato a Imperia e Ventimiglia, dove il sistema di monitoraggio è stato applicato non solo agli abitanti di strutture residenziali ma anche a persone che continuano a vivere nei propri appartamenti diffusi sul territorio. La sperimentazione pilota prevede il coinvolgimento iniziale di circa cento beneficiari, con la prospettiva di estendere progressivamente il modello ad altre città italiane.
La tecnologia, tuttavia, non viene pensata come sostitutiva della relazione umana. Al contrario, si insiste sulla costruzione di un sistema ibrido in cui monitoraggio digitale, assistenza professionale e reti di prossimità collaborano per sostenere autonomia, inclusione e benessere. Anche la comunità e le relazioni di vicinato diventano quindi parte integrante del sistema di protezione reciproca.
Accanto agli obiettivi assistenziali, si punta inoltre a generare inclusione lavorativa e impatto sociale, coinvolgendo persone con disabilità o neuro divergenze nelle attività di monitoraggio remoto, supporto tecnico, assistenza agli utenti e sensibilizzazione della comunità. In questa prospettiva, l’innovazione tecnologica non viene interpretata solo come strumento di cura, ma anche come occasione per costruire nuove forme di welfare territoriale, partecipazione e autonomia sociale.
Resta però aperta una questione etica particolarmente delicata. Alcune delle tecnologie impiegate derivano da sistemi originariamente sviluppati per ambiti di sicurezza e monitoraggio avanzato. Questo apre interrogativi etici importanti sul confine tra protezione, assistenza e controllo, che il progetto sceglie di affrontare in modo trasparente.
La visione di MeWe prova a interrogare il modo in cui una società che invecchia immagina il proprio futuro. La sfida non riguarda soltanto l’assistenza agli anziani, ma la capacità di costruire comunità inclusive, sostenibili e capaci di tenere insieme autonomia, cura e relazioni.


