L’economia al servizio delle persone: il futuro dell’abitare sociale
Dalle strategie UE al Piano nazionale, come l’economia sociale può trasformare le politiche per la casa.
Che il PIL non sia un indicatore sufficiente per misurare il benessere di un popolo è noto da tempo. «Il benessere di una nazione difficilmente può essere dedotto da una misura di reddito nazionale», affermava già uno dei suoi padri fondatori, Simon Kuznets. Per questo, negli anni, sono state sviluppate altre metriche capaci di restituire un quadro più completo dello stato di salute di un Paese: la felicità delle persone, la qualità dell’istruzione e della sanità, la sostenibilità ambientale, il livello di coesione sociale.
Nel 2021 l’Unione Europea ha adottato il Piano d’azione per l’economia sociale con l’obiettivo di “costruire un’economia che agisca per le persone” e ha aggiornato la Strategia Industriale individuando nell’“economia sociale e di prossimità” uno dei quattordici ecosistemi industriali strategici per la resilienza, l’autonomia e lo sviluppo sostenibile del mercato unico. Nel 2023 ha raccomandato ai 27 Stati membri di dotarsi di strumenti e politiche coerenti per adattare le linee guida del Piano alle specificità nazionali e sostenere questo settore. Con economia sociale si intende quell’insieme di attività economiche che hanno come obiettivo principale non il profitto, ma il benessere delle persone e della comunità.
È in questo contesto che si inserisce il Piano nazionale per l’Economia Sociale, adottato dall’Italia con la manovra finanziaria 2026 in attuazione della Raccomandazione europea. Un Piano che propone un vero cambio di paradigma nel modo di intendere crescita, valore e convivenza sociale, che guarda all’economia sociale non più come un ambito marginale o settoriale, ma come un ecosistema trasversale.
Una strategia di lungo periodo a sostegno di chi genera valore sociale, ambientale e comunitario: cooperative, enti del Terzo settore, fondazioni, imprese sociali. Un comparto che in Italia vale circa il 4,4% del PIL, conta più di 350.000 organizzazioni, impiega oltre 900.000 lavoratori dipendenti, coinvolge 4,6 milioni di volontari e genera un valore economico annuo di circa 84 miliardi di euro.
La Raccomandazione dell’UE insiste sulla necessità di preparare le strutture amministrative e istituzionali a sostenere l’economia sociale e a coinvolgere tutti i soggetti che ne fanno parte. In questo scenario le Pubbliche Amministrazioni giocano un ruolo decisivo perché sono chiamate a co-programmare e co-progettare con il Terzo settore e le imprese.
Abitare sociale, molto più che edilizia
Un’impostazione che riguarda anche l’abitare. Senza politiche pubbliche coerenti, infatti, i modelli di abitare sociale rischiano di restare esperienze isolate. Non basta regolamentare, occorre connettere urbanistica, welfare ed economia sociale perché l’abitare sociale non è solo edilizia. Il suo valore principale sta nella qualità delle relazioni, dei servizi e della governance. Ogni progetto collaborativo è un ecosistema complesso fatto di regole chiare, servizi, ascolto e partecipazione, particolarmente fondamentale per le persone più vulnerabili, ma sempre più attrattivo anche per famiglie e nuovi bisogni abitativi.
Le esperienze europee lo confermano. Come ha raccontato a MeWe® e Italia che Cambia Javier Burón, già responsabile delle politiche abitative di Barcellona, l’abitare sociale funziona quando l’energia della società civile incontra amministrazioni disposte a essere partner.

Tra il 2015 e il 2023 Barcellona ha potuto contare su un’amministrazione locale forte e innovativa. L’incontro con un tessuto sociale dinamico – attivisti, accademici e professionisti, soprattutto architetti – ha dato vita a un modello efficace. Grazie a un mix di strumenti – concessione di suolo pubblico in diritto di superficie, sussidi comunali, prestiti agevolati e risorse dei cooperatori – si è creato un vero ecosistema favorevole all’abitare sociale. Oggi nell’area metropolitana sono attivi circa cinquanta progetti in diverse fasi di realizzazione.
Nella regione di Navarra il processo è stato guidato soprattutto dall’amministrazione che ha creato la piattaforma Nasuvinsa per coordinare iniziative non profit. Nei Paesi Baschi, invece, nonostante la forte tradizione cooperativa, il modello è rimasto limitato a causa di un sistema di housing fortemente statalista. La lezione, secondo Burón, è chiara: è impossibile sviluppare l’abitare sociale con un’amministrazione contraria, è possibile farlo con un’amministrazione neutrale, è ideale farlo con un’amministrazione alleata.
Costruire queste partnership non è semplice. Una delle difficoltà principali, osserva Javier Burón, è di tipo culturale. «Spesso le soluzioni di abitare collaborativo vengono lette in chiave ideologica, “di sinistra” o “di destra”, mentre in realtà si tratta di strumenti trasversali, basati su proprietà collettiva, inclusione e collaborazione con il pubblico, utilizzabili da qualunque orientamento politico». Un altro ostacolo riguarda i funzionari pubblici abituati a gestire direttamente risorse e interventi. Accettare che parte degli obiettivi possa essere realizzata da soggetti della società civile richiede tempo, fiducia e riconoscimento reciproco. A Barcellona, ad esempio, solo quando si è passati da discussioni astratte a progetti concreti è stato possibile costruire alleanze solide.
“Le cooperative non possono essere facilmente vendute ai fondi di investimento, poiché tutti i membri devono essere d’accordo. Pertanto, insieme all’edilizia popolare, può contribuire a costruire uno scudo nelle nostre città e nei nostri paesi contro la speculazione” — Sorcha Edwards, Housing Europe
“Promuoviamo un modello basato sul valore dell’uso dell’abitazione come alternativa al valore patrimoniale della proprietà privata”— Roi Zas, presidente della cooperativa Outra Forma de Vivenda a La Coruña
“L’economia dovrebbe servire la società e non il contrario. La società che dovremmo creare è una società giusta, libera, inclusiva e sostenibile” — Joseph E. Stiglitz
Anche la governance si è evoluta nel tempo. Da bandi competitivi iniziali per assegnare il suolo si è passati a un accordo quadro con cooperative e fondazioni, basato su criteri condivisi e su un approccio collaborativo. Burón utilizza due espressioni significative per descrivere questo approccio: “ecosistema di fornitori” e “infrastruttura di housing sociale e accessibile”. Un linguaggio che consente di includere una pluralità di attori – pubblici, non profit e capitale privato non speculativo – e di superare contrapposizioni ideologiche.
Queste esperienze mostrano che l’abitare sociale non è solo una questione tecnica o finanziaria, è soprattutto un processo di costruzione di alleanze, competenze e fiducia. Ed è questa la sfida che anche l’Italia è chiamata ad affrontare.
La sfida italiana
Alcuni segnali sono incoraggianti. Il Piano della Città Metropolitana di Bologna, ad esempio, parte dall’analisi del fabbisogno abitativo e promuove modelli collaborativi sostenuti da piattaforme di cooperazione tra enti pubblici, soggetti cooperativi, istituti di credito e fondazioni. Un esempio che dimostra come la Pubblica Amministrazione possa guidare processi di trasformazione dell’abitare che rispondano efficacemente alle sfide sociali contemporanee.
I progetti abitativi sono ecosistemi complessi che richiedono facilitatori capaci di coordinare competenze tecniche, sociali e gestionali, armonizzando linguaggi e obiettivi diversi. Sarebbe necessario valorizzare il patrimonio pubblico attraverso mappatura, recupero e destinazione a fini sociali, adottando strumenti di amministrazione condivisa e una governance multilivello per pianificare l’offerta abitativa. Occorrerebbe inoltre favorire partenariati con enti dell’economia sociale, destinare quote dei fondi europei all’housing sociale e semplificare l’accesso a credito e incentivi per il riuso degli immobili privati inutilizzati.
In linea con il Piano nazionale per l’Economia Sociale, servono scelte concrete per rendere l’abitare sociale una politica strutturale, basata su collaborazione pubblico-privata, impatto sociale e rigenerazione delle comunità. MeWe® opera in questa direzione, costruendo processi che trasformano il modo di abitare insieme, collaborando con le amministrazioni e promuovendo modelli fondati su relazioni, servizi e comunità.


C'è un momento della conversazione con il grande "viviendista" Javier Buron che, a proposito dell'innovazione sociale nel settore abitativo, porto con me e che, seppur si potrebbe dire con altre parole, preferisco ribadirlo con le sue: "La lezione è: è impossibile farlo con l’amministrazione contro. È possibile farlo con l’amministrazione che lascia fare ma non sostiene molto. È ideale farlo quando c’è energia dalla società civile e un’amministrazione partner". E tutto ciò è una riforma che la P.A. potrebbe fare a costo (quasi) zero.