La casa che cambia: architetture dell’abitare collaborativo
Negli ultimi decenni il nostro modo di vivere è cambiato profondamente, ma la casa continua spesso a rispondere a modelli abitativi del Novecento.
Avete mai pensato a come sono cambiate le nostre case negli ultimi trent’anni? Di sicuro sono cambiate le nostre abitudini, anche a partire dalla recente pandemia, inducendoci a condividere spazi e luoghi da sempre pensati solo per funzioni specifiche. Eppure, nonostante viviamo un’epoca di trasformazioni rapidissime che coinvolgono il lavoro, la mobilità, il modo in cui produciamo e consumiamo cultura, facciamo acquisti o costruiamo relazioni, la casa continua a essere progettata quasi nello stesso modo da decenni. Perché accettiamo che uno degli spazi più importanti della nostra vita evolva così lentamente rispetto al resto del mondo?
Chi progetta nuove forme di abitare si pone queste domande da tempo. E chi abita una casa, chi la compra, chi la desidera? Gli appartamenti che oggi vengono immessi sul mercato continuano spesso a replicare modelli abitativi pensati per una società di un altro tempo, una società precedente alla pandemia, al lavoro da remoto, alle piattaforme di streaming, ai servizi di delivery, alla crisi climatica e alla crescente fragilità economica di molte famiglie. Una gerarchia rigida che non ammette deroghe: soggiorno principale, camera matrimoniale dominante, camerette secondarie e cucina ridotta a mero spazio di servizio. Case energivore e poco flessibili, progettate più per costruire facciate urbane che per migliorare la vita quotidiana di chi le abita, e pensate secondo un unico modello familiare, una sola organizzazione del lavoro domestico, una sola idea dell’abitare.
Oggi, a distanza di quasi un secolo dai CIAM (Congresso Internazionale Architettura Moderna), che hanno definito la casa della modernità industriale e urbana, il tema dell’abitare sta tornando al centro del dibattito e molti progetti contemporanei stanno rivoluzionando il modello abitativo novecentesco. La vera sfida non è semplicemente costruire più case, ma progettare spazi capaci di accogliere modi diversi di vivere. Questo significa immaginare alloggi in cui casa e lavoro possano convivere, la relazione tra interno ed esterno venga valorizzata, la vita privata e quella comunitaria trovino un equilibrio, il comfort abitativo proceda di pari passo all’efficienza energetica.
In alcune sperimentazioni europee – come quelle di Peris+Toral a Cornellà, Bosch+Capdeferro a Girona, Pau Vidal+Vivas ne “La Chalmeta” o Harquitectes a Gavà – gli ambienti vengono “equalizzati”: le stanze hanno dimensioni simili tra loro, diventano più neutre e quindi più adattabili.
Ripensare gli spazi domestici, la casa del Novecento non basta più
La camera matrimoniale, ad esempio, si riduce a una dimensione essenziale ma sufficiente, le stanze dei figli diventano spazi realmente abitabili, adatti non solo a dormire ma anche a studiare, giocare e ricevere amici. La cucina torna a essere grande e centrale, luogo di vita quotidiana e non semplice appendice tecnica. Il soggiorno, invece, perde centralità. Perfino il corridoio cambia funzione, da spazio residuale diventa luogo abitabile, capace di trasformarsi in studio, biblioteca, serra, area giochi o spazio di lavoro.
Non si tratta semplicemente di ridistribuire i metri quadrati, ma di lasciare maggiore libertà agli abitanti. Per farlo, una casa non può più essere composta da stanze rigidamente definite, deve avere ambienti flessibili, da reinterpretare nel tempo secondo i propri bisogni. Tra i vari tentativi di adattare l’architettura alla vita contemporanea c’è sicuramente il cohousing, con le diverse forme di abitare collaborativo che puntano maggiormente sulla qualità degli spazi condivisi. Molte attività domestiche restano importanti nella vita quotidiana, ma non è detto che debbano svolgersi tutte dentro ogni singolo appartamento. Si possono, ad esempio, centralizzare alcuni servizi – lavanderie, cucine comuni, depositi, spazi di lavoro – liberando superficie privata e restituendo alla casa una funzione più essenziale come il riposo, la concentrazione, il recupero delle energie.
Le esigenze di una famiglia cambiano continuamente: si allarga, si separa, si lavora da casa, si ospitano persone. Una delle sfide più interessanti consiste nel rendere possibile lo scambio o la riconfigurazione degli spazi tra vicini, una stanza in più quando serve, una stanza in meno quando non serve più. Questo è quasi impossibile nei condomini tradizionali dove i vicini sono estranei che si incontrano solo dopo l’acquisto. Diventa invece praticabile nelle comunità collaborative dove le relazioni precedono gli edifici e la fiducia reciproca è parte centrale del progetto abitativo.
C’è un altro aspetto che, dopo la pandemia, oggi viene percepito diversamente: il rapporto tra abitazione e spazio aperto. La lezione di Lacaton & Vassal è stata, da questo punto di vista, illuminante. Ampliare la relazione tra casa ed esterno significa migliorare radicalmente la qualità dell’abitare. Balconi, serre, logge, terrazze e spazi intermedi non sono più semplici accessori, ma estensioni reali della casa, capaci di renderla più vivibile, adattabile e resiliente. Sono spazi “a metà” tra interno ed esterno che favoriscono la socialità spontanea, migliorano ventilazione e illuminazione, riducono il surriscaldamento e contribuiscono al risparmio energetico.
In Catalogna sono sempre più numerosi i progetti in cui l’innovazione architettonica si intreccia con un’attenzione concreta ai bisogni reali delle persone. In molti degli edifici progettati, il corridoio tradizionale scompare oppure cambia completamente funzione. Non è più soltanto un luogo di passaggio, ma uno spazio abitabile, un patio interno, una stanza distributiva, un ambiente multifunzionale. Succede, ad esempio, nei progetti realizzati da Xavier Vendrell-DATAAE a Montgat.
Molti di questi introducono soluzioni costruttive semplici ma allo stesso tempo radicali: pareti isolanti, ventilazione naturale, doppi accessi in alcune abitazioni, luoghi dedicati ad attività quotidiane come stendere i panni o lavorare da casa. Elementi apparentemente banali che raccontano però un importante cambio di prospettiva. La qualità abitativa non viene più considerata un lusso, ma una necessità anche perché la crisi climatica ci obbliga a ripensare radicalmente il rapporto tra casa, energia e benessere.
Sembra quasi un paradosso, ma in molti casi l’edilizia sociale contemporanea raggiunge una qualità architettonica superiore a quella di numerosi edifici residenziali privati perché questi progetti non nascono esclusivamente per massimizzare la rendita economica nel breve periodo. Sono pensati per durare, per funzionare bene nel tempo, per generare valore sociale oltre che immobiliare.
Nei progetti di abitare collaborativo si investe anche sulla qualità delle relazioni, sulla sostenibilità e sulla resilienza degli spazi. Case semplici, ma progettate con maggiore intelligenza, attenzione e sensibilità verso la vita reale delle persone. La nozione stessa di unità immobiliare, una delle basi su cui si fonda l’idea moderna di abitazione, viene messa radicalmente in discussione dal mondo dell’abitare collaborativo.
→ Approfondisci: Architettura dell’abitare collaborativo
L’aspetto decisivo riguarda infatti l’organizzazione tipologica, un tema apparentemente solo tecnico ma che in realtà nasconde una trasformazione enorme. Il nostro sistema catastale, così come lo conosciamo oggi, risale al 1939 e si fonda sull’idea che la casa coincida con un alloggio privato chiaramente delimitato. Tutto ciò che sta fuori da quell’alloggio viene classificato come spazio distributivo: corridoi, atri, vani scala, passaggi.
Ma nel cohousing questa distinzione salta. Quando una parte delle funzioni domestiche si sposta in uno spazio condiviso succede qualcosa di molto rilevante, gli spazi comuni smettono di essere semplici luoghi di passaggio e diventano parte integrante della casa. Oggi però il catasto continua a considerarli “corridoi” ed è evidentemente una forzatura, perché quegli spazi non sono residuali, sono abitati, vissuti, attraversati da relazioni quotidiane.
Un progetto di abitare collaborativo non riguarda soltanto “quanto” condividere, ma soprattutto “come”, “quando” e “con quale intensità” vivere la vicinanza quotidiana. Esistono, infatti, diversi livelli di condivisione.
Un cohousing non funziona se, ogni giorno, trenta famiglie fanno tutto e tutti insieme. Una condivisione continua e totale finisce per produrre soltanto stress e conflitti. Una delle sfide principali è trovare un equilibrio tra privacy e condivisione e, per questo, l’architettura non può limitarsi a separare gli spazi in modo rigido, ma deve creare zone intermedie che favoriscano relazioni spontanee e non invasive. Le comunità, inoltre, si organizzano in sottoinsiemi più piccoli e gestibili, capaci di condividere alcuni aspetti della vita quotidiana senza trasformare tutto in un’assemblea permanente. Esistono poi momenti più ampi in cui la comunità si ritrova nel suo insieme.
L’architettura delle relazioni, cohousing e abitare collaborativo
Architettura e organizzazione sociale diventano quindi inseparabili. Ed è proprio questa integrazione a rendere possibile una delle sfide più importanti dell’abitare contemporaneo: riconoscere e rendere praticabili forme di vita che non rientrano più nei modelli abitativi tradizionali, ma che sempre più persone stanno cercando. Partendo dal presupposto che la relazione non può essere imposta, gli spazi condivisi non esistono per obbligare le persone a stare insieme, ma per rendere possibile la connessione quando lo si desidera. La vera sfida del cohousing non è riempire l’agenda di attività collettive, ma abbassare la soglia che separa l’isolamento dall’incontro: creare luoghi in cui sia naturale incrociarsi, fermarsi a parlare, condividere un pezzo di quotidianità senza che questo diventi un dovere.
E l’architettura assume ovviamente un ruolo decisivo. Una buona architettura comunitaria deve permettere di lavorare indisturbati e, allo stesso tempo, di percepire la vita che accade attorno, vedere chi entra, accorgersi che qualcuno sta cucinando, intuire che lo spazio comune si sta animando. Deve facilitare gli incontri spontanei, garantire una privacy immediata quando desiderata e favorire un senso di appartenenza che non nasca dall’obbligo, ma dalla qualità delle relazioni quotidiane.
“Il minimo indispensabile per vivere bene da soli, il massimo condivisibile negli spazi comuni” è la filosofia progettuale che guida molti cohousing contemporanei. Questo significa ridurre ciò che viene duplicato inutilmente nelle abitazioni private e investire, invece, nella qualità degli ambienti collettivi.
Il cohousing non propone un’unica soluzione abitativa, ma un ecosistema di possibilità. Accanto all’appartamento tradizionale compaiono il cluster, lo shared flat e le stanze satellite. Il cluster è probabilmente il modello più rappresentativo. Si tratta di un insieme di micro-unità private – generalmente tra le quattro e le venti – dotate di bagno e microcucina, organizzate attorno a grandi ambienti comuni come cucina abitabile, sala da pranzo, soggiorno, lavanderia o spazi flessibili. Il cluster funziona come una piccola comunità dentro la comunità più ampia, gode di una certa autonomia organizzativa e permette di condividere la quotidianità in gruppi più piccoli e sostenibili.
Non è una differenza banale. Nei cluster, la superficie media pro capite è spesso inferiore rispetto alla residenza tradizionale, ma la percezione dello spazio è più ampia grazie alla presenza di ambienti comuni di qualità.
«Pensavo che il problema sarebbe stato il tavolo comune, ma in realtà sono più le piccole interruzioni a rappresentare il problema» – Sam Chermayeff
«Nel cohousing ricompare, in chiave laica, la matrice insediativa del monastero nella riconciliazione di dimensione individuale, animata dal desiderio di avere uno spazio proprio all'interno della società, e dimensione collettiva, quale necessità, propria dell'essere umano, di essere parte proprio di quella società» – Mario Bellini
Alcuni cluster utilizzano corridoi larghi che smettono di essere semplici passaggi e diventano semi-spazi di vita, altri si organizzano attorno a uno spazio centrale, una sorta di piazza domestica su cui si affacciano le unità private. Altri ancora adottano sistemi ibridi, fatti di snodi, passerelle e spazi comuni distribuiti, capaci di adattarsi a edifici complessi e a lotti differenti.
Accanto ai cluster compaiono poi le stanze satellite: ambienti indipendenti ma collegati all’abitazione principale, pensati per rispondere a bisogni che cambiano nel tempo. Possono diventare uno studio, una stanza per un figlio adolescente, una camera per ospiti, uno spazio di lavoro o di cura. La loro forza sta nella flessibilità, non essendo rigidamente legate a una sola abitazione possono essere associate a famiglie diverse a seconda delle necessità del momento.
Lo shared flat, invece, prova a superare l’idea della convivenza come soluzione precaria ed economica. Qui l’abitare condiviso diventa una scelta progettata e stabile, con stanze private più generose e spazi comuni pensati per favorire la socialità. È un modello che permette di entrare gradualmente nell’abitare collaborativo senza rinunciare alla qualità.
Il secondo grande tema è quello della soglia, intesa come vera e propria stanza sociale. Nel cohousing la transizione tra spazio privato e spazio collettivo non può essere ridotta a un semplice “dentro o fuori”, a una porta chiusa o aperta. La soglia diventa uno spazio intermedio, capace di mediare tra intimità e relazione.
Per questo compaiono ingressi semi-privati, recinzioni basse che favoriscono la visibilità reciproca, finestre da cui vedere ed essere visti, panchine integrate davanti alle case, porte accoppiate a due a due. Piccole scelte che sembrano minime, ma che rendono più semplice l’incontro quotidiano. Anche le strade interne cambiano natura, spesso diventano car-free e assumono il carattere di vere stanze civiche all’aperto, dove gli adulti possono osservare i bambini giocare dalle finestre e dove ogni spostamento richiede “dieci minuti in più” perché si incontra sempre qualcuno.
Un altro tema riguarda il paesaggio della produzione, cioè il modo in cui il cohousing prova a ricostruire una relazione attiva con il cibo, l’energia e le risorse. La modernità ci ha portato a delegare gran parte di ciò che riguarda la nostra vita quotidiana, nei cohousing si tende invece, anche per ragioni culturali e identitarie, ad autoprodurre una parte del cibo o dell’energia che si consuma. Gli orti condivisi non sono semplicemente verde ornamentale, ma luoghi di cooperazione continua. Coltivare insieme significa costruire relazioni, ridurre i costi alimentari, aumentare la resilienza e condividere attività quotidiane.
Lo stesso vale per l’energia. In molti cohousing le coperture fotovoltaiche, le batterie di accumulo e le microreti elettriche comunitarie vengono gestite collettivamente, spesso attraverso comunità energetiche. La tecnologia smette così di essere un fatto individuale e diventa infrastruttura sociale: tutti dipendono da un sistema comune e, proprio per questo, imparano a progettare insieme anche la gestione delle risorse.
Infine c’è il tema degli spazi condivisi aperti al vicinato. Un cohousing che funziona non è una gated community chiusa su sé stessa. Gli spazi comuni più importanti – coworking, sale eventi, laboratori, sale yoga – non dovrebbero servire soltanto chi abita lì, ma diventare punti di contatto con il quartiere.
È qui che l’abitare collaborativo supera la dimensione privata e assume una funzione urbana. Gli spazi condivisi diventano luoghi di welfare diffuso, servizi di prossimità, occasioni di incontro tra abitanti e territorio. Questa visione non è nuova. Già nell’Ottocento Jean-Baptiste André Godin, ispirandosi al falanstère di Charles Fourier – edifici collettivi che ospitavano comunità autosufficienti –, immaginava il Familistère come un organismo abitativo dotato di scuole, lavanderie, negozi, piscine, cortili e servizi condivisi. Oggi, in forme diverse e più contemporanee, quella intuizione ritorna.
L’abitare collaborativo ci sta dicendo che la casa non è più soltanto uno spazio privato da difendere, ma un sistema di relazioni da progettare. E forse è proprio questa la sua innovazione più profonda.
Se il cohousing smetterà di essere una nicchia marginale e inizierà a diffondersi in modo più ampio, sarà inevitabile che anche la casa tradizionale inizi a modificarsi. Non potrà più essere soltanto la persona ad adattarsi allo spazio, dovrà essere anche lo spazio a trasformarsi insieme alle nuove abitudini.



