Cohousing e terza età: ripensare l’abitare in un’Italia che invecchia. L’esempio del Villaggio Novoli a Firenze
L’invecchiamento della popolazione mette sotto pressione welfare, sanità e famiglie. Il cohousing emerge come risposta innovativa, capace di unire autonomia, sicurezza e relazioni.
«Io e un gruppo di amici, famiglie con o senza figli, stiamo iniziando a ragionare sulla creazione di un cohousing collaborativo, progettando la terza età. Per noi significa contrastare la solitudine, l’isolamento e affrontare difficoltà insieme, collaborando. È sulla base di come pensiamo la casa che cambieremo il modo in cui penseremo all’esterno». «Sto cercando di aiutare il mio ex coniuge di 70 anni a trovare una soluzione di cohousing compatibile con la sua pensione».
È questo il contenuto di alcune delle numerose mail che arrivano alla redazione di Italia che Cambia e che raccontano la crescente necessità di progettare un futuro diverso. L’Italia è oggi tra i Paesi più anziani al mondo e il processo di invecchiamento della popolazione continua a intensificarsi senza segnali di rallentamento. Le generazioni nate tra il 1960 e il 1970 rappresentano un punto di svolta demografico per il Paese. Nella fascia 55-64 anni si stima che circa 1,27 milioni di persone (tra il 14% e il 18% del totale di 8,97 milioni) non abbiano figli, un netto peggioramento rispetto agli over 65, che invece possono contare sul supporto di almeno un figlio in 9 casi su 10.
Oggi gli over 65 sono oltre il 24% della popolazione e, secondo l’Istat, entro il 2050 potrebbero avvicinarsi al 35% raggiungendo i 18,9 milioni, mentre gli over 85 passeranno dal 4% a oltre il 7%. Inoltre, già entro il 2030 si stima che in Italia vivranno tra 700 mila e 1,4 milioni di adulti LGBTQ over 65, che hanno una probabilità doppia di vivere soli rispetto al resto della popolazione.
L’invecchiamento non è solo una questione matematica, ma una trasformazione che mette sotto pressione tre pilastri fondamentali della società: sistema sanitario, sistema pensionistico e assistenza familiare. Questi ambiti sono strettamente interconnessi e le difficoltà di uno si riflettono inevitabilmente sugli altri.
Nel Servizio Sanitario Nazionale, per esempio, mancano circa 65.000 infermieri e 38.000 medici specialisti con criticità particolarmente acute nelle strutture per anziani, a dimostrazione di carenze strutturali oramai significative. L’aumento della popolazione anziana comporta una crescita della domanda di cure soprattutto per patologie croniche come diabete, ipertensione e malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Queste condizioni richiedono assistenza continuativa, monitoraggio costante e una presa in carico di lungo periodo, con conseguente aumento della spesa sanitaria e della necessità di servizi territoriali e domiciliari.

Anche il sistema pensionistico è in sofferenza. Il modello italiano si basa su un patto intergenerazionale in cui i lavoratori attivi finanziano le pensioni di chi ha già lasciato il lavoro. Tuttavia, il calo delle nascite e l’aumento della longevità stanno progressivamente indebolendo questo equilibrio. Ci sono sempre meno lavoratori – i cui redditi pensionistici in prospettiva saranno più altalenanti e tipicamente inferiori – rispetto ai pensionati che, vivendo più a lungo, percepiscono la pensione per un numero sempre maggiore di anni.
Il terzo ambito è quello dell’assistenza familiare, tradizionalmente centrale in Italia. Oggi però questo modello è sempre più fragile, le famiglie sono meno numerose, la mobilità geografica è aumentata e i ritmi di vita rendono più difficile la cura continuativa degli anziani. Ne deriva una crescente domanda di servizi esterni, pubblici e privati, che a sua volta aumenta la pressione sul sistema sanitario e sui servizi sociali, generando un effetto a catena che incide sull’equilibrio complessivo del welfare.
In questo contesto, i modelli tradizionali come RSA ed RP risultano sempre più costosi e difficilmente sostenibili nel lungo periodo. Questa nuova realtà ci pone di fronte a interrogativi complessi. Chi si prenderà cura di questa generazione quando arriverà alla terza età? Come possiamo ridiscutere i modelli abitativi oltre il binomio “casa di proprietà – casa di riposo”?
→ Approfondisci: Cohousing e ageing in place: abitare sociale per comunità inclusive
Il cohousing come risposta: abitare collaborativo e ageing in place
Negli ultimi anni anche il quadro normativo italiano ha iniziato a riconoscere la necessità di un ripensamento complessivo delle politiche per la popolazione anziana. Un passaggio importante è la Legge 23 marzo 2023 n. 33 che mira a riorganizzare il sistema di assistenza promuovendo l’invecchiamento attivo, l’autonomia e l’inclusione sociale.
In attuazione di questa riforma è stato emanato il Decreto legislativo 15 marzo 2024 n. 29 che introduce misure concrete volte a rafforzare i servizi territoriali e domiciliari. Tra gli elementi più innovativi del decreto vi è il riconoscimento esplicito di forme di coabitazione solidale, come il cohousing e la coabitazione intergenerazionale, inserite all’interno delle politiche pubbliche come strumenti utili a contrastare l’isolamento sociale e a sostenere la permanenza delle persone anziane nel proprio contesto di vita.
→ Approfondisci: I vantaggi del cohousing multigenerazionale: perché funziona meglio
Il cohousing, in particolare, viene così inquadrato non solo come soluzione abitativa alternativa, ma come parte integrante di una strategia di welfare orientata alla prevenzione della fragilità e alla promozione delle relazioni sociali. Questo segna un cambiamento significativo nell’approccio istituzionale che inizia a considerare l’abitare come una dimensione centrale nelle politiche per l’invecchiamento. In questo contesto si inseriscono le esperienze di senior housing e i modelli di ageing in place che rappresentano ulteriori sviluppi di questa trasformazione orientati a garantire qualità della vita, autonomia e inclusione nella terza età.
Non si tratta semplicemente di condividere uno spazio abitativo, ma di ripensare il significato stesso dell’abitare come esperienza collettiva, fondata su relazioni, mutualità e partecipazione. A questo, si aggiunge anche, secondo le linee guida del UK Cohousing Network, la partecipazione dei futuri abitanti alle decisioni che riguardano spazi, servizi e regole di convivenza, e l’inclusione come principio progettuale. Una vera e propria comunità intenzionale dove il design diventa strumento per costruire legami e il processo di coproduzione restituisce voce e potere ai residenti.
Le persone non accedono a queste forme abitative per mancanza di alternative, ma per scelta consapevole. La diversità di età e condizioni favorisce l’invecchiamento attivo, il sostegno reciproco e forme di co-cura.
Uno dei concetti chiave è quello dell’ageing in place, ovvero la possibilità di invecchiare rimanendo nel proprio contesto di vita senza dover ricorrere a strutture tradizionali. Il cohousing rappresenta quindi una risposta concreta perché unisce autonomia e sicurezza: ogni persona mantiene uno spazio privato, ma può contare su una rete di relazioni e supporto quotidiano. Questo modello risponde a bisogni sempre più diffusi tra gli anziani, tra cui la necessità di contrastare l’isolamento sociale.
“Il senior housing nasce come una risposta positiva a una situazione che non può essere risolta all’interno dell’ambiente familiare tradizionale, perché questo non esiste più.”
“Invecchiare qui, avere persone che si prenderanno cura di te e ti porteranno in ospedale in caso di emergenza, che ti porteranno la zuppa, non c’è proprio niente di simile”.
“Non voglio essere un peso per le mie figlie…”
Diversi studi evidenziano dati allarmanti sugli effetti dell’isolamento sociale. La solitudine e l’isolamento possono aumentare del 29% il rischio di malattie cardiache, del 32% il rischio di ictus, del 50% il rischio di sviluppare demenza tra gli anziani, oltre a incrementare il rischio di morte prematura. Accanto al cohousing per anziani si sviluppano anche forme di coabitazione multigenerazionale in cui persone di età diverse condividono spazi e servizi. Questo modello favorisce lo scambio reciproco: gli anziani ricevono supporto e compagnia, mentre i più giovani beneficiano di costi abitativi più sostenibili e di relazioni potenzialmente arricchenti. In questo modo, l’abitare diventa uno strumento per ricostruire legami sociali e creare comunità più inclusive.
Il senior cohousing rappresenta una declinazione specifica di questo approccio, pensata per persone nella fase post-lavorativa che vogliono progettare attivamente il proprio futuro abitativo. Non è una soluzione assistenziale, ma un modello che valorizza autonomia, partecipazione e qualità della vita, evitando la logica dell’istituzionalizzazione.
Esso contribuisce a costruire comunità solidali, attivare reti informali di supporto e alleggerire la pressione sui sistemi di welfare. In un contesto caratterizzato da famiglie sempre più fragili, maggiore longevità e crescente individualizzazione, l’abitare collaborativo si propone come una risposta sistemica capace di integrare dimensione privata e collettiva e migliorare la qualità della vita lungo tutto il ciclo di vita.
→ Approfondisci: Villaggio Novoli, il senior housing che cambia il modo di abitare la terza età: il video reportage
Villaggio Novoli, il senior housing a Firenze
Un esempio concreto di applicazione dei principi del senior housing e dell’abitare collaborativo è il Villaggio Novoli a Firenze, che mostra come sia possibile ripensare l’abitare nella terza età superando il modello tradizionale delle strutture assistenziali. Il progetto nasce da una domanda molto concreta: cosa spinge una persona anziana ad affrontare un cambiamento importante come lasciare la propria casa? Da qui prende forma l’idea di rispondere ai bisogni di chi, pur essendo ancora autosufficiente, vive situazioni di fragilità o solitudine e non è destinatario di strutture sociosanitarie.
Villaggio Novoli è un complesso residenziale rivolto a persone anziane autosufficienti, organizzato come un condominio in cui ogni individuo dispone di un appartamento privato, in cui portare i propri oggetti personali – evitando così il trauma dello sradicamento – mantenere la propria autonomia e continuità con lo stile di vita precedente.
La struttura comprende 37 appartamenti indipendenti a cui si aggiungono spazi comuni per favorire socialità e supporto reciproco. 4 camere sono destinate agli studenti che, in cambio della possibilità di vivere all’interno del complesso, dedicano parte delle proprie energie e del proprio tempo libero per dare una mano agli anziani residenti.
Un esempio concreto di questa sinergia è stata la creazione dei “canzonieri del cuore”. Gli studenti e gli anziani hanno lavorato insieme per scegliere canzoni legate a momenti belli della vita dei residenti, creando dei raccoglitori da sfogliare e cantare in compagnia. Questa convivenza intergenerazionale crea un ambiente basato sul rispetto reciproco e sulla collaborazione, e trasforma il condominio in una vera comunità. Una realtà che non nasce spontaneamente, ma richiede organizzazione, supporto e una progettualità precisa.

Le testimonianze degli abitanti raccontano esperienze diverse, accomunate però da un esito positivo. C’è chi vive lì da poche settimane e apprezza il fatto di non essere più solo, pur mantenendo indipendenza e riservatezza. Una donna, vedova e senza figli, racconta di aver scelto consapevolmente il trasferimento trovando nel villaggio una nuova serenità anche grazie alla vicinanza dei familiari. Un’altra persona sottolinea il valore, tutt’altro che scontato, di poter portare con sé la propria casa, mobili e animali domestici inclusi, continuando così a sentirsi davvero “a casa”.
Accanto alla dimensione comunitaria, emerge con forza il tema della sicurezza. I residenti sanno di vivere in un contesto protetto, mentre le famiglie sono rassicurate dalla presenza di servizi e personale: portineria attiva sette giorni su sette, ambulatori medici convenzionati, assistenza sanitaria e infermieristica, supporto domestico e accompagnamento per visite e necessità quotidiane. Anche la tecnologia contribuisce a questo equilibrio, offrendo strumenti di monitoraggio e assistenza. Nel caso del Villaggio Novoli, un’assistente vocale, adattata alle esigenze delle persone più anziane, aiuta a ricordare le medicine, a sapere che tempo farà, a ricevere una chiamata o ascoltare la musica preferita. L’integrazione di soluzioni tecnologiche per la sicurezza e l’assistenza quotidiana rafforza la possibilità di rimanere nel proprio ambiente di vita anche con l’avanzare dell’età.
L’esperienza del Villaggio Novoli mostra così le potenzialità di un modello replicabile su scala nazionale, come risposta concreta alle sfide dell’invecchiamento, che promuove autonomia, sicurezza e senso di comunità, alleggerendo al contempo il carico su famiglie e sistema di welfare e favorendo forme di invecchiamento attivo e inclusivo.
Qual è la proposta di MeWe® in tema di senior housing? Ve lo racconterò molto presto!

