Abitare la cura, dalla famiglia nucleare all'abitare collaborativo
La casa non è solo il luogo in cui viviamo, contribuisce anche a organizzare il lavoro di cura e le relazioni quotidiane.
Secondo l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, la famiglia sarebbe un’invenzione sociale, un prodotto culturale che cambia nel tempo adattandosi ai contesti storici e alle trasformazioni della società. Già Émile Durkheim, sociologo, anche lui francese, sottolineava come famiglia e società si trasformino congiuntamente, poiché entrambe riflettono i modelli culturali dominanti. Nel 1888 scriveva: «[…] La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse».
Nonostante oggi si tenda spesso a considerare la famiglia nucleare come il modello tradizionale per eccellenza, la storia mostra come le forme familiari siano sempre state molteplici e mutevoli. È durante il processo di industrializzazione che si consolidano le condizioni che favoriscono la diffusione della famiglia nucleare, determinando una progressiva frammentazione delle reti familiari estese tipiche della società preindustriale.
L’industrializzazione ha contribuito anche a una trasformazione spaziale con la crescente separazione tra il luogo del lavoro e quello dell’abitare, ridefinendo il rapporto tra città, casa e vita quotidiana.
Per secoli la vita domestica si è svolta all’interno di contesti più ampi di parentela, vicinato e collaborazione, la rivoluzione industriale e l’urbanizzazione hanno progressivamente modificato questo assetto. Consolidando un modello di famiglia nucleare e isolata, anche la casa si è trasformata parallelamente in uno spazio privato, autonomo e separato, pensato per un nucleo familiare autosufficiente. Con l’Ottocento e l’affermazione della società industriale prende così forma quello che oggi riconosciamo come l’appartamento moderno.
Questa trasformazione non riguarda soltanto l’architettura, ovviamente, ma anche l’organizzazione sociale della vita quotidiana. La famiglia nucleare costituisce infatti una forma abitativa che tende all’isolamento. In questo contesto, il lavoro di cura resta confinato all’interno delle mura domestiche, elettivamente femminile e senza un riconoscimento economico, pur essendo indispensabile al funzionamento della famiglia e della società.

In che modo la forma dell’abitare contribuisce alla visibilità o all’invisibilità del lavoro di cura?
Quando parliamo di cura tendiamo a considerarla soprattutto una questione sociale o culturale, pensiamo alla divisione dei ruoli tra uomini e donne, all’educazione dei figli, all’assistenza agli anziani o alla gestione della vita quotidiana. Più raramente ci interroghiamo sul ruolo che lo spazio domestico svolge nella costruzione di queste dinamiche.
Eppure la casa non è un contenitore neutro. È il luogo in cui si organizza il lavoro necessario alla quotidianità e, come ogni forma dell’abitare, incorpora una particolare idea di famiglia, di relazioni e di convivenza. In questo senso la cura non è soltanto una pratica sociale, ma anche una pratica spaziale. Il modo in cui gli ambienti vengono progettati e articolati contribuisce a rendere visibili o invisibili alcune attività, a favorire determinati comportamenti e a consolidare specifiche forme di organizzazione quotidiana.
La distribuzione diseguale del lavoro di cura nasce da processi culturali, economici e sociali molto più ampi, e trova spesso nell’appartamento moderno uno scenario particolarmente coerente tendendo a riprodursi con maggiore facilità nel tempo. Ciò non significa che l’architettura determini automaticamente i comportamenti, sarebbe ingenuo pensare che basti progettare case diverse per trasformare automaticamente la società, ma gli spazi possono certamente favorirli, ostacolarli o renderli più probabili.
Questa riflessione assume oggi una particolare rilevanza. Continuiamo infatti a costruire abitazioni pensate per una famiglia che rappresenta sempre meno la realtà sociale contemporanea. Da decenni le dimensioni medie dei nuclei familiari diminuiscono, aumentano le persone che vivono sole, crescono le famiglie monoparentali e le convivenze non tradizionali, mentre l’invecchiamento della popolazione e il calo della natalità modificano profondamente la struttura sociale.
La pandemia ha ulteriormente accelerato questa trasformazione, mostrando come la casa non sia più soltanto il luogo della vita privata, ma uno spazio in cui si sovrappongono lavoro, studio, tempo libero, relazioni sociali e cura. L’abitazione contemporanea è diventata un ambiente multifunzionale che deve adattarsi a esigenze sempre più diversificate.
“Aprire la casa oltre il modello della famiglia nucleare significa sfidare le strutture che hanno reso invisibile il lavoro di riproduzione” – DOGMA, Pier Vittorio Aureli e Martino Tattara
“Lo sviluppo di una società può essere giudicato dalla posizione delle donne al suo interno” – Charles Fourier
“Il lavoro domestico è stato espulso dalla sfera economica e reso personale, nascondendo il suo sfruttamento” – Silvia Federici
Sebbene questa pluralità di condizioni metta in discussione il modello abitativo novecentesco, fondato su un appartamento autosufficiente pensato per una famiglia nucleare, gran parte della progettazione continua a replicarlo. La questione, allora, non riguarda solo una particolare idea di famiglia, ma il rapporto tra la società contemporanea e gli spazi che continua ad abitare. Se la cura è un’attività che richiede collaborazione, supporto reciproco e condivisione delle responsabilità, diventa legittimo chiedersi se i modelli abitativi attuali siano davvero in grado di sostenerla o se, al contrario, contribuiscano a isolarla all’interno di una micro-sfera privata. Interrogarsi sulle forme dell’abitare che favoriscano relazioni, prossimità e cooperazione significa quindi riflettere sul modo in cui gli spazi possono rendere la cura meno invisibile e meno gravosa per i singoli individui e per le famiglie.
Le prime critiche all’isolamento domestico
Le critiche alla separazione tra spazio domestico e lavoro di cura non nascono oggi. Già alla fine dell’Ottocento, figure oggi associate alle tradizioni del femminismo materialista avevano individuato i limiti del modello abitativo emergente e proposto forme alternative di organizzazione della vita quotidiana. Tra queste, Melusina Fay Peirce che elaborò il progetto del Cooperative Housekeeping: un sistema di cucine collettive, lavanderie comuni e servizi condivisi pensato per sottrarre il lavoro domestico all’isolamento della casa privata e trasformarlo in un’attività visibile, cooperativa e retribuita.
Il progetto mirava a collettivizzare il lavoro domestico attraverso una nuova organizzazione dello spazio abitativo e del quartiere. Nel 1869 fondò la Cooperative Housekeeping Association, immaginando gruppi di abitazioni serviti da strutture comuni dedicate alla preparazione dei pasti, al bucato, al cucito e ad altre attività quotidiane svolte da 15-20 donne qualificate e retribuite.
Le proposte di Peirce erano particolarmente innovative per l’epoca: cucine, lavanderie e sale da pranzo condivise, servizi per l’infanzia organizzati a livello di quartiere e una progettazione degli spazi residenziali orientata alla cooperazione anziché all’isolamento delle singole famiglie. Pur incontrando notevoli difficoltà nel tradurre queste idee in pratica, il suo lavoro aprì la strada a successive riflessioni sulla socializzazione delle attività di cura e domestiche.
Non fu l’unica a mettere in discussione il modello tradizionale della casa. In Women and Economics (1898), Charlotte Perkins Gilman sostenne che l’emancipazione femminile richiedesse l’indipendenza economica e la riorganizzazione collettiva di parte del lavoro domestico attraverso servizi professionali e strutture condivise per la cura dei bambini. Analogamente, Marie Howland, ispirata alle idee cooperativistiche di Charles Fourier, immaginò nel romanzo Papa’s Own Girl comunità fondate su servizi comuni, capaci di ridurre il carico delle incombenze domestiche sulle donne.
Sebbene queste sperimentazioni non abbiano avuto un successo pratico, spesso a causa delle resistenze culturali dell’epoca, contribuirono però ad introdurre una visione innovativa dell’organizzazione della vita quotidiana che avrebbe continuato a influenzare il dibattito urbanistico e sociale nel corso del Novecento.
Le prime utopie domestiche in Europa
In Europa, il Markelius Huset di Stoccolma, nel quartiere di Kungsholmen, progettato dall’architetto Sven Markelius insieme alla sociologa e politica Alva Myrdal e completato nel 1935, rappresenta il primo “collettivhus” della Svezia. L’idea di Markelius e Myrdal era rivoluzionaria: liberare gli abitanti, in particolare le donne, da una parte significativa del lavoro domestico attraverso servizi condivisi. L’edificio integrava una serie di servizi condivisi, tra cui ristorante, asilo nido, lavanderia centralizzata, servizio di pulizia e persino montavivande che portavano i pasti direttamente negli appartamenti.
In alcuni periodi arrivarono a lavorare nel complesso oltre venti dipendenti per garantire questi servizi. Una “boarding house” moderna? In un certo senso sì, ma con una differenza fondamentale. La boarding house tradizionale offriva vitto e alloggio a individui o lavoratori temporanei che pagavano una quota che comprendeva il pernottamento e i servizi di cura svolti soprattutto da donne che venivano retribuite.
Il Markelius Huset, invece, era pensato come una residenza permanente per famiglie e professionisti, dove i servizi collettivi sostituivano parte del lavoro domestico privato. L’obiettivo non era solo abitare insieme, ma ripensare l’organizzazione della vita quotidiana. Negli anni Trenta il progetto suscitò molte polemiche. I critici sostenevano che avrebbe indebolito la famiglia tradizionale, allontanato i bambini dai genitori e promosso un’eccessiva collettivizzazione della vita privata.
I sostenitori, invece, vedevano nel progetto uno strumento di emancipazione femminile e di modernizzazione della società. Molte delle soluzioni sperimentate nel Markelius Huset anticiparono temi che sarebbero diventati centrali nello sviluppo del welfare svedese, in particolare i servizi per l’infanzia, la conciliazione tra lavoro e vita familiare e la redistribuzione delle attività di cura.
Dall’abitare collettivo all’abitare collaborativo: spazi condivisi, servizi e mutualismo
Negli ultimi decenni sono emerse numerose esperienze di abitare collaborativo che cercano di affrontare questa questione non soltanto attraverso nuove soluzioni architettoniche, ma anche attraverso diverse forme di organizzazione sociale ed economica.
L’abitare collaborativo non costituisce un modello unico e definito, piuttosto rappresenta una costellazione di pratiche differenti, dalle cooperative di abitazione ai cohousing, dalle comunità intenzionali ai progetti residenziali orientati al supporto reciproco. Ciò che accomuna queste esperienze è il tentativo di progettare non per un abitante astratto, ma per vite concrete, riconoscendo che le esigenze quotidiane di cura, assistenza e supporto costituiscono una componente fondamentale dell’esperienza abitativa.
Dal punto di vista spaziale, molte di queste sperimentazioni si basano su una ridefinizione del rapporto tra spazio privato e spazio comune. Gli alloggi tendono a essere più compatti, mentre una parte delle funzioni tradizionalmente svolte all’interno della singola abitazione viene trasferita in spazi condivisi. Cucine comuni, lavanderie collettive, sale da pranzo e ambienti multifunzionali consentono di ridurre la duplicazione di attività e risorse, favorendo forme di cooperazione nella gestione della quotidianità.
Accanto agli spazi condivisi, assumono particolare importanza i servizi integrati. Asili nido, scuole, servizi sanitari, spazi per l’assistenza e attività comunitarie riportano la cura all’interno dell’infrastruttura abitativa, contrastando la separazione tra vita domestica e servizi che ha caratterizzato gran parte dell’urbanistica moderna. In questo modo la cura smette di essere una questione esclusivamente privata e torna a essere riconosciuta come una responsabilità collettiva.
Un ruolo altrettanto importante è svolto dagli spazi di relazione: cortili, ballatoi, giardini comuni, aree gioco e luoghi di incontro informale. Questi ambienti favoriscono la costruzione di legami di fiducia, rendono possibile il supporto reciproco e permettono forme di sorveglianza diffusa che possono alleggerire il carico individuale attraverso una rete di relazioni.
In questo senso la comunità può essere interpretata come una vera e propria infrastruttura di supporto che non sostituisce necessariamente il welfare pubblico, ma può rafforzarlo e integrarlo, contribuendo a ridurre la vulnerabilità sociale e la solitudine che caratterizzano molte forme del vivere contemporaneo.
Anche sul piano economico emergono elementi innovativi. I modelli cooperativi possono favorire una maggiore accessibilità all’abitazione, ridurre alcuni costi attraverso la condivisione di spazi e servizi e promuovere forme di gestione collettiva delle risorse. In generale, il loro valore non risiede soltanto nell’efficienza economica, ma nella possibilità di ripensare le relazioni tra abitanti e il significato stesso dell’abitare.
Tuttavia, non basta condividere gli spazi, serve condividere le responsabilità. Una riflessione critica sull’abitare collaborativo mostra che non si tratta automaticamente di un modello emancipatorio. In molti casi, infatti, il rischio è che il co-living diventi una forma di mercato, trasformando la “comunità” in un prodotto e il linguaggio della condivisione in una strategia di marketing. In queste configurazioni, i ruoli di genere spesso non vengono realmente messi in discussione. Il lavoro di cura può continuare a ricadere sulle donne, replicando le stesse disuguaglianze che questi modelli dichiarano di voler superare. Inoltre, l’accesso a queste forme di abitare è frequentemente limitato, rivolto a fasce privilegiate della popolazione, con il risultato di produrre nuove forme di esclusione.
L’abitare collaborativo non offre una soluzione definitiva alle disuguaglianze di genere, ma mostra che è possibile immaginare spazi diversi da quelli ereditati dalla modernità industriale. Se il lavoro di cura è una condizione indispensabile per l’esistenza della società, la questione non riguarda soltanto chi lo svolge, ma anche dove e come viene organizzato. In questa prospettiva, progettare spazi significa progettare forme diverse di convivenza, solidarietà e giustizia sociale.



